Senza una normativa specifica per i Ricercatori degli EPR si rallenta il progresso scientifico: lo dice anche l’ADAPT

Un gruppo di ricerca dell’Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del lavoro e sulle Relazioni industriali (ADAPT, una associazione senza fini di lucro, fondata da Marco Biagi nel 2000 per promuovere studi e ricerche nell’ambito delle relazioni industriali e di lavoro, con l’obiettivo di costruire relazioni e interscambi tra mondo dell’alta formazione, settore associativo, istituzioni e imprese) ha pubblicato recentemente il Working Paper 3/2016 Il lavoro negli Enti Pubblici di Ricerca: un primo sguardo di insieme, che contiene interessanti indicazioni sullo stato giuridico dei ricercatori EPR, in linea con le rivendicazioni storiche dell’ANPRI.

Il Working Paper, analizzando la situazione degli EPR e le prospettive aperte dal D.Lgs. 218/2016, evidenzia in particolare la negatività della “subordinazione delle strutture di ricerca pubblica alle amministrazioni statali” che ha impedito di riconoscere pienamente il Ricercatore degli Enti come specifica figura professionale, con una propria configurazione giuridica.

È persino difficile “capire quale possa essere la definizione di ricercatore negli enti pubblici, perché la legge [in particolare il D.Lgs. 165/2001 e successive modificazioni, NdR] non offre esplicita enunciazione”.

La conseguenza di tale situazione è che “rispetto alle altre strutture, l’assenza di una norma di riferimento ha […] prodotto un rallentamento per ciò che riguarda il progresso scientifico e la ricerca oltre che un’incertezza per la valorizzazione del personale impiegato”.

Pertanto, la definizione di un nuovo ruolo specifico per i Ricercatori degli EPR con una normativa ad hoc “avrebbe una maggiore incentivazione allo sviluppo delle competenze e innalzerebbe la qualità della ricerca”.

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