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COMUNICATO 27 aprile 2020 Gli Enti Pubblici di Ricerca al tempo del Coronavirus

            Nella drammatica situazione che il paese sta affrontando, in particolare con il lockdown avviato dal governo il 9 marzo scorso per fronteggiare l’epidemia da COVID-19, riteniamo sia il momento di alcune considerazioni su come l’emergenza sia stata declinata nell’insieme degli Enti Pubblici di Ricerca e su quali passi debbano essere attivati per la graduale riapertura delle attività nella cosiddetta “Fase 2”. Questo è il momento per un consuntivo della prima fase e per una riflessione sulle scelte da adottare per la seconda che il governo programma di avviare il prossimo 4 maggio.

            Come indispensabile premessa vogliamo ricordare  tutte le numerose vittime, esprimere la nostra vicinanza ai loro cari e a tutti coloro che ancora stanno lottando per la loro guarigione presso la propria abitazione oppure in ospedale. Il COVID-19 ha colpito anche in numerosi EPR, lasciando una scia di malati e morti. Vogliamo inoltre esprimere la consapevolezza che le circostanze dello svilupparsi dell’epidemia e soprattutto la sua completa novità hanno reso e renderanno estremamente complesso fronteggiarla soprattutto per l’indispensabile tempestività con cui è necessario adottare le varie misure di contrasto e contenimento.

            Quale ruolo ha, o dovrebbe avere, la ricerca pubblica nell’emergenza? Ovviamente alcuni enti di ricerca sono indiscutibilmente in prima linea. Sicuramente l’ISS (Istituto Superiore di Sanità) in qualità di organo di consulenza scientifica del Ministero della Salute ha un ruolo di fondamentale importanza, ma dobbiamo anche ricordare il contributo essenziale della ricerca svolta in tutti gli Enti Pubblici di Ricerca al benessere sociale ed economico del Paese che diventa ancora più importante in questa grave crisi. La imprescindibile tutela della salute delle persone ed il contributo sociale del loro lavoro sono a nostro avviso un obiettivo fondamentale da conseguire. A partire da questa convinzione cerchiamo di fare una panoramica di come le modalità di applicazione delle regole generali dettate dal Governo siano state declinate dalle dirigenze dei vari enti e come soprattutto ci si appresta a declinarle nella prossima fase.

            Nella fase del lockdown la principale preoccupazione è stata o sarebbe dovuta essere di tenere quanto più possibile personale a casa senza chiudere gli enti, non solo perché non previsto dai decreti governativi ma anche per salvaguardare il loro contributo nella prima fase emergenziale.

            Non possiamo che ribadire la nostra convinzione che l’autodeterminazione degli enti e l’autonomia dei ricercatori e tecnologi nel definire la propria attività, così come previsto dai principi e dalle raccomandazioni della Carta Europea dei Ricercatori, sia lo strumento migliore in termini di efficienza ed efficacia dell’attività di ricerca. Questa esigenza è stata frustrata in molti enti che non hanno applicato l’istituto contrattuale previsto dall’art. 58 che prevede per i Ricercatori e Tecnologi la possibilità di svolgere la propria attività fuori sede e quindi anche presso la propria abitazione,  come richiesto in modalità esclusiva nel caso di questa emergenza. Questo senza prevedere né preventive autorizzazioni né rendicontazioni giornaliere che nulla hanno a che fare con l’attività di ricerca. Tali principi non confliggono in nessun modo con la indiscutibile necessità di provvedere a tutto il resto del personale con l’ampio utilizzo del lavoro agile. Per altro questa necessità emergenziale ha a nostro avviso mostrato come una modalità organizzativa basata sul lavoro flessibile e lavoro agile sia molto fruttuosa ed efficace, rispondendo meglio alle esigenze personali dei singoli lavoratori e a quelle dell’organizzazione del lavoro.

            Dobbiamo inoltre sottolineare che in molti enti si è mantenuto un approccio burocratico e gerarchico nell’assegnazione dei progetti di ricerca, perfino in quelli specificatamente avviati nell’emergenza per il COVID-19, senza utilizzare il parere dei vari consigli scientifici né consentire una sufficiente autonoma partecipazione dei ricercatori alla loro proposta, definizione e gestione. Anche in questo caso violando palesemente principi e raccomandazioni della Carta Europea dei Ricercatori che sono stati abbondantemente richiamati sia nella legge di riforma n. 218 del 2016 che recepite nell’ultimo contratto della ricerca CCNL 2016-2018.

            E’ paradossale che le dirigenze di alcuni enti, per fortuna non tutti, sembrano mostrare disinteresse a favorire l’attività prioritaria degli enti stessi, la ricerca, ma più preoccupati di una gestione quanto più burocratica possibile con l’obiettivo della massima deresponsabilizzazione.

            La cosa è ancor più paradossale se si considera che l’INAIL, nel suo recentissimo “Documento tecnico sulla possibile rimodulazione delle misure di contenimento del contagio da SARS-CoV-2 nei luoghi di lavoro e strategie di prevenzione”, abbia attribuito alle attività di “Ricerca scientifica e sviluppo” la classe di rischio “Basso” e la più bassa classe di aggregazione sociale (solo 1, in un range che va da 1 a 4).

            Quale fase due? E’ nostra opinione che compito della dirigenza degli enti nella “Fase 2” sia  di fare il possibile per consentire la ripartenza dell’attività in tutti i modi compatibili con la tutela della salute delle persone, con la ripresa nelle sedi di tutte le attività di ricerca, sia sperimentali che teoriche, in funzione delle necessità dei vari gruppi di ricerca. Va prevista la disponibilità di tutti i DPI necessari ed organizzato il necessario distanziamento sociale con opportune turnazioni di lavoro a rotazione in sede ed in modalità agile/flessibile a tutto il personale la cui attività prevede una necessaria presenza nelle sedi di lavoro. Allo stesso tempo, sempre allo stesso scopo, organizzare più efficacemente il lavoro fuori sede, ad esempio provvedendo a fornire tutti gli strumenti informatici sia software che hardware necessari.

            Ora che tutti gli enti si apprestano a predisporre i protocolli per la fase di riapertura, considerando anche quanto stabilito nel DPCM del 27 aprile 2020 e quanto affermato dal Presidente del Consiglio, chiediamo la massima disponibilità all’ascolto delle istanze di tutte le organizzazioni sindacali firmatarie del contratto congiuntamente, come ovvio, ai medici del lavoro ed esperti delle sicurezze. Vogliamo in particolare stigmatizzare la attitudine che sembra affermarsi recentemente a discriminare nelle interlocuzioni alcune organizzazioni sindacali che rappresentano una consistente fetta del personale  degli enti e che non è sicuramente un buon viatico per il futuro.

            Ora che anche il Presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di domenica 26 aprile, nel presentare un programma per la riapertura dettagliato e scadenzato con precisione ha chiaramente sottolineato che il successo in questo critico e delicato momento richiede in maniera inequivocabile il contributo fattivo e convinto di tutti per evitare il deterioramento del tessuto economico del paese, vogliamo sperare che questo auspicio si traduca in atti concreti e consapevoli anche nel contesto degli Enti Pubblici di Ricerca nel quale noi tutti operiamo.

         FGU – Dipartimento Ricerca     

 

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